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Camera Penale di Padova "Francesco de Castello" Palazzo di Giustizia,
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RICORDI DI FRANCESCO DE CASTELLO

<< La notizia che de Castello era mancato me la diede Andrea Vassallo per telefono; poi aggiunse “Vediamoci, andiamo a cena, a Checco farebbe piacere”.
Ci trovammo più tardi in centro, in trattoria, seduti al solito tavolo che tante volte avevamo diviso con lui. Eravamo pieni di malinconia ma non di tristezza: ci pareva che posse ancora lì, seduto fra noi.
Anche se non c’era più, la sua presenza era vivissima allo stesso modo di come riempiva la scena, in ogni occasione, ovunque ci si trovasse. Eppure era stato sempre difficile per noi darci una spiegazione di come potesse riempire la scena una persona che parlava sempre sommessamente, che preferiva ascoltare che intervenire, che non suggeriva mai il tema da trattare, sempre pronto ad adeguarsi agli argomenti che gli altri proponevano.
Era così che Francesco de Castello, fuori della vita professionale: dolce, mite, gentile, paziente, comprensivo, pronto a giustificare gli errori di tutti e primi fra tutti gli errori dei Colleghi. Credo che Francesco sia stata la persona, l’unica persona, che nel corso della mia ormai lunga vita io non abbia mai sentito parlar male di qualcuno.
La sua bontà, la sua generosità di sentimenti e la sua affettuosa disponibilità contagiavano e invadevano tutti come un fiume di piena. Ma era in udienza che Francesco si trasformava e diventava un leone.
Questo fatto accadeva sempre, qualsiasi fosse il contenuto del processo.
Sia che stesse difendendo un omicida, un rapinatore o l’autore di una semplice contravvenzione, la sua serietà, la sua preparazione ma, soprattutto, la sua passione per la nostra professione, traspariva con una forza irresistibile.
Per capire come affrontasse i processi, era sufficiente dare una scorsa al suo fascicolo: i richiami, le sottolineature in diversi colori (con il blu segnava le cose positive; con il rosso i passaggi negativi), le annotazioni a lato, i richiami fra le varie pagine, dimostravano chiaramente come non gli sfuggisse nulla. Un esame accurato di un suo fascicolo avrebbe consentito di scrivere un manuale si come debbano essere preparati, da parte del difensore, i processi penali.
Ed era poi nell’arringa che questo Moschettiere dava il meglio di sé: pur con il grande rispetto che aveva verso i Giudici (anche per vincoli famigliari: era fratello di un altissimo Magistrato), non lesinava rilievi e critiche se l’istruttoria non era stata fatta bene, se gli interrogatori non si erano svolti in maniera corretta, se gli interventi dei suoi contraddittori non erano rispettosi delle regole.
La ricostruzione dei fatti era perfetta. I richiami giuridici a giurisprudenza e dottrina erano esposti in maniera così chiara e semplice da apparire, ad un orecchio che non fosse stato esperto, delle banalità: erano invece la chiara dimostrazione della comprensione integrale anche delle problematiche più complesse, di una assimilazione totale delle regole, in sostanza un condensato di cultura, saggezza, equilibrio e buonsenso.
Quando lo invitavamo a tenere delle lezioni ai giovani Avvocati era sempre pronto s schermirsi, dicendo di non ritenersi all’altezza. Quando poi, dopo tanto insistere, finalmente cedeva, le sue lezioni finivano in un tripudio di applausi tanta era stata la simpatia che aveva ispirato con il suo linguaggio, la sua bravura nell’esporre problemi, anche i più complicati, il suo italiano perfetto.
E chiudeva sempre con la solita frase: “Il primo compito di un bravo Avvocato è di andare in udienza più preparato del Giudice”.
Francesco de Castello era in sostanza un vero maestro: era, anzi, il Maestro.
Nell’ultimo periodo della sua vita si era isolato, non voleva disturbare. Se ne è andato quindi in punta dei piedi, anzi sarebbe forse più giusto di re in silenzio: ma la Sua voce la sentiremo sempre e sarà sempre nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.>>
Franco Antonelli

<< Quando vent’anni fa un gruppo di penalisti decise di ri-costituire la Camera Penale di Padova, nessuno ebbe alcun dubbio nell’individuare in Francesco de Castello il suo naturale Presidente.
In lui, a giudizio di tutti, si coniugavano qualità indiscusse di profondo conoscitore del processo e del diritto sostanziale, di penalista esemplare, di avvocato autonomo e libero, conscio com’era che i limiti all’ autonomia ed alla libertà del difensore si ripercuotono inevitabilmente e negativamente sul diritto di difesa e di libertà del cittadino. Frequentandolo rimanevo sempre colpito dagli occhi, luminosi di una vivacità intellettuale avida e curiosa, che sosteneva l’argomentazione e la costruzione del pensiero giuridico che, sempre, così come un esame furtivo dei suoi appunti multicolori faceva intuire, era preceduto da uno studio capillare, incessante, insoddisfatto, problematico della causa, fatto di pomeriggi e serate passate immobile alla scrivania del Suo studio, sabato e domenica compresi.
Indubbiamente un maestro del diritto e della procedura penale, con una cultura del processo e delle garanzie difensive nei confronti di tutti, senza distinzione alcuna, fossero la banda Cavallero, Mamma Ebe o il Presidente di una primaria società; pronto a confrontarsi, sempre, con l’accusa, rispettando l’avversario, pubblico o privato, ed il giudice, così come rispettava le idee e, ricordo, anche i deliberati altrui – erano gli anni delle prime astensioni –pur non condividendo nulla degli stessi.
Ci ha lasciato lavorando. Come tutti i grandi della Toga.
Ci ha lasciato sulle carte di un non facile e grave processo di bancarotta, quasi con le perizie contabili in grembo: gli ultimi incontri in casa, insieme al cliente, lui sofferente ma sempre lucido nel suggerire, nell’indicare, nel voler conoscere non solo l’andamento dell’udienza ma anche le sensazioni che l’udienza trasmetteva e che i verbali stenotipici non rendevano.
Mi ha lasciato con un rimpianto ed un rimorso: il rimpianto di non averlo conosciuto prima, il rimorso di non averlo ricordato, come meritava, con una commemorazione nel Suo Tribunale.
Sono grato, oggi, agli organizzatori di questa cerimonia, perché mi consente di rimediare in parte ad un’omissione grave della Camera Penale di Padova che si onora di essere intitolata al suo Presidente, al penalista illustre, al Consigliere dell’Ordine, all’uomo e soprattutto a quel maestro che fu, per tutti, Francesco de Castello. >> Gianni Morrone